“Segreti”. …. di Federica Leo

Era una mattina d’estate, ma a Tender, del sole nemmeno una traccia.La sveglia di Josephine suonò alle sei, in punto. “Un’altra maledetta giornata” continuava a ripetersi. Dopo un grande sbadiglio si alzò dal letto, indossò una maglia e si diresse verso la finestra per fumarsi una sigaretta. Accese il telefono: due messaggi e una chiamata. Era sua sorella, Liza. L’aveva invitata ad un pranzo con i parenti. Non rispose perché odiava i ritrovi con i parenti e perché volendo bene a sua sorella non voleva deluderla.

Accese il computer e, contemporaneamente, un’altra sigaretta. Non aveva niente da fare, quindi scocciata lo spense. Rimase da sola, a pensare. Ultimamente non aveva avuto tempo per i pensieri, dopo tutto quello che era successo non voleva pensare, non voleva concedersi dei momenti vuoti, dove dava spazio a se stessa. Così facendo avrebbe cominciato a ricordare e non era quello che voleva.

Per fortuna, a spezzare quella silenziosa tortura, arrivò una telefonata di sua madre.

“Josephine, ti sono arrivati i messaggi di Liza?” chiese.

La voce della madre addolciva la ragazza. Loro due si adoravano, erano migliori amiche.

“Sì.”

“Ecco, umm.. Vieni?”
“No mamma, lo sai.”

“Per favore! Vuoi lasciarmi in pasto a quelle chiacchierone delle zie? Fallo per me.”

“Va bene, vengo. Solo perché sei tu.”

“Bene, alle undici e trenta sotto casa tua. Andiamo a piedi.” disse con tono quasi speranzoso.

“Tranquilla, ho detto che vengo. Ci vediamo là.”
Riattaccò.
Nove e trentadue minuti. Si accese un’altra sigaretta e poi andò a farsi la doccia.

Uscita dalla doccia arrivò nuda nella camera da letto, decise di girarsi verso lo specchio. Era mingherlina, bassa e con i capelli color carota. Quando si girò vide un grosso livido nella schiena e uno sulla coscia sinistra. Odiava il suo corpo, ma più di tutto chi l’aveva ridotto così.

Arriva a casa di sua sorella e ci sono proprio tutti, non manca nessuno. C’era anche lui, ancora. Josephine sudava, iniziò a non vedere niente, perciò senza salutare nessuno si sedette nel divano con una birra. Si annoiava a morte e decise di andare ad aiutare Liza con il pranzo.

“Josephine! Non ti avevo vista, allora sei venuta!”
“Quando se ne va?” disse con tono fermo, deciso.
La sorella abbassò lo sguardo, poi smorzò un sorriso. “Guarda ieri che mi ha regalato” le mostra la mano “diciotto carati. Bello eh?”
“Si è sprecato.”

“Dai, è come se fosse tuo fratello. Cosa possiamo farci?”

“Denunciarlo, mandarlo in galera.”
Liza fece un respiro profondo, poi mandò giù la saliva. “Dovremmo.”
Eccolo. Stava arrivando.
“Ciao Josephine”” disse con fare innocente.

Josephine non rispose, andò via. Si rifugiò in un bar, dove ordinò un caffè.
Il bar era vuoto. Tutti i tavoli erano vuoti, tranne il suo ovviamente.

Entrò un ragazzo. Josephine era concentrata nella lettura quando sentì una voce.
“Posso sedermi qui?” chiese il ragazzo.

“Ci sono altri tavoli vuoti, perché proprio qui?” ribatte lei.

“Mi piace l’angolazione, il tavolo che dà verso la finestra.”
Lei lo guardò ma non rispose. Lui si sedette.

“Sei di qui?” domandò il ragazzo.

“Sì.”

“Vieni spesso qui?”
“Tutti i giorni.”

Josephine non aveva voglia di parlare, ma rispondeva comunque per educazione.

“Anche io, ma non ti ho mai vista.”

Passarono le ore e i due ragazzi rimasero seduti, a leggere. Il ragazzo aveva tentato altre volte di aprire un discorso, ma lei non voleva. Ormai era sera, così i due si alzarono dal tavolo nello stesso momento. Lei pagò e si diresse verso casa, lui la seguì.

“Comunque non mi sono presentato. Piacere Volcheck.”
La ragazza aumentò il passo senza dire niente.

“Questo è il mio numero! Chiamami, Josephine!” E glielo tirò.

Lei raccolse il bigliettino e in preda a mille domande aprì il portone del condominio.

Come mi conosce? Chi è? Cosa vuole?

Arrivata a casa Josephine non riusciva a non pensarci. Camminava per tutto il salotto e alla fine decise di chiamarlo.

“Pronto?” disse il ragazzo.

“Come sai il mio nome?” chiese direttamente.

“Era scritto sul tuo libro, ‘libro di Josephine Collin’, o sbaglio?”

“Ah, giusto. Beh, dovresti farti gli affari tuoi.” riattaccò.

Passarono mesi, tutti i giorni la stessa storia: Josephine al bar e Volcheck che l’aspettava, lui che domandava e lei che non rispondeva. Fra le tante domande, Volcheck parlava di sé, della sua vita, della famiglia. Oramai a lei piaceva ascoltarlo, associava così tante cose alla sua vita, famiglia e personalità che decise di parlargli.

La voce di Josephine si sovrappose a quella di Volcheck, fino a quando lui si zittò. Passarono ore e lei continuava a parlare. Era da tanto che non si sentiva così viva; così tanto che non si sentiva legata a qualcuno.

Gli aveva detto tutto, o quasi.

Ogni giorno si trovavano al bar, si raccontavano le loro giornate, anche se le passavano praticamente insieme visto si ritrovavano sino a tarda sera.

Una sera, prima di andare via, Volcheck le chiese:

“Che ne dici se domani sera andiamo fuori a cena?”

Josephine si bloccò, non aveva mai avuto nessun tipo di invito del genere. La sua voce tremava, voleva dirgli di no, ma poi, pensandoci meglio rispose:

“Come un vero appuntamento?”

“Perché no, potremmo provare a passare una serata insieme fuori da questo postaccio, sa di vecchio.”

“Ci sto.” Finalmente aveva deciso di essere felice.

Quella notte non chiuse occhio, pensava alla sera successiva. Anche se non voleva ammetterlo, a lei Volcheck piaceva, piaceva tanto. Amava il suo sorriso e quello che aveva lei stessa quando era insieme a lui, le sue guance, i suoi occhi, tutto. Josephine non poteva negarlo.

La mattina seguente Josephine era felice. Felice per la prima volta dopo quel dieci febbraio, che ormai era solo un orrendo ricordo. Non aveva voglia di ricordare, era arrivato il momento di costruirsi una vita.

Alle dodici in punto suonò il telefono, rispose.

“Sono io. Volevo ricordarti che stasera ci vediamo alle sette davanti al Sanislao.”

“Certo, a stasera.”

Josephine abbassò il ricevitore e fece pranzo. Da quando conosceva Volcheck aveva ripreso anche a mangiare.

Sei e cinquantotto minuti, Josephine era davanti al ristorante.

Non verrà. Non verrà. Non verrà.

Odiava i ritardatari, ma in questo caso era lei che era in anticipo, di ben due minuti.

Volcheck arrivò. Durante la cena rimasero in silenzio. C’era molto imbarazzo. Josephine cercava di migliorare il suo galateo, per non sembrare sgarbata.

Aveva voglia di baciarlo. Voleva farlo, ma non era sicura sul fatto che lui ricambiasse o meno.

La cena era finita, così Volcheck accompagnò Josephine a casa.

Ormai erano arrivati.

“Beh, grazie di tutto. Buonanotte.” disse lei, cercando un modo per essere più disinvolta possibile.

“Notte.” rispose.

Ad un certo punto lei si girò, lo guardò e lo baciò, intensamente.

Lui la respinse e se ne andò.

I giorni passavano e i due non si erano ancora sentiti. Josephine si era sentita umiliata, perciò non andava più al bar. Volcheck non le aveva ancora telefonato. Un giorno però Josephine decise di andare al bar. Aspettò e mezz’ora dopo arrivò.

“Senti scusa Josephine, non potevo. Non possiamo.” disse mortificandosi.

“Tutto ok, non c’è niente da aggiungere, ho capito tutto.” ribatté prontamente lei.

“Non hai capito. Io vorrei farlo, ma non possiamo. Noi…”

“Noi cosa?”

“Io sono tuo fratello. Sono il figlio di tuo zio, Peter, tua madre ha avuto una storia con lui e ben ventiquattro anni fa nacqui io. Senti, mi dispiace, io volevo dirtelo. Avrei dovuto, lo so.”

Mentre Volcheck parlava Josephine era totalmente assente. Non parlava, non pensava. Voleva morire. Così, ad un certo punto, disse senza pensarci due volte:

“Quel bastardo di tuo padre picchiava mia sorella, Liza. Quando l’ho scoperto volevo difenderla ma lui ha violentato anche me.”

Detto questo, si alzò e se ne andò.

Tre anni dopo.

Josephine era quella di prima, chiusa e scontrosa. Ogni giorno continuava a ripetersi che non avrebbe dovuto fidarsi, che si era fidata.

Decise di trasferirsi, voleva andare via, non so dove, da qualche parte. Voleva sparire.

Mentre era alla stazione, camminava accanto al binario, quando con la coda dell’occhio le pareva di averlo visto dalla parte opposta. Si girò per vedere se era lui, se era davvero Volcheck.

Un treno le passò davanti sfilatole davanti in tutta la sua lunghezza; lui non c’era più.




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