“viaggi di chiaroveggenti”………. di Irene Giuggioli

Ricordo benissimo come iniziò tutto. Dopo che mia madre era morta a causa di quel “brutto incidente”, mi mandarono in collegio. La notte di nascosto uscivo ad esercitare i miei poteri e a parlare con lei. Un giorno però un uomo alto e con il volto familiare venne a prendermi; mi disse che dovevamo andare via dal paese per liberarci dalla tensione che stava vivendo l’America in quel periodo. I telegiornali infatti vomitavano sugli Americani notizie e servizi preannunciando che sarebbe scoppiata molto probabilmente una guerra a causa delle forti tensioni  tra USA e URSS.

Mi diressi nella stanza che condividevo con altre tre ragazze per preparare la valigia; ero confusa ma felice, ignara di tutto quello che sarebbe successo dopo. Quell’uomo aveva sposato mia madre sei mesi prima che lei morisse; ormai erano passati tre anni ma mi ricordavo ancora molto bene di lui. Dati i poteri ereditati da mia madre potevo vederla e sentirla e sapevo bene che era stato lui a spingerla giù dal balcone della nostra vecchia casa, ma ancora le autorità della polizia insistevano nel dire a mio padre John che si fosse trattato di suicidio. Mio padre era in prigione per rapina a mano armata nei confronti di una banca di New York sei anni fa. Dopo aver fatto le valigie chiesi a Robert, l’uomo di mia madre, dove saremmo andati e lui si limitò ad accennarmi un sorriso.
Salimmo nella sua auto e non appena io chiusi lo sportello sfrecciò via fuori dal viale del collegio. Passammo la prima notte in un motel fuori Denvil, arrivati in camera mi addormentai subito. Al mio risveglio lo trovai nudo sul divano che sorseggiava una tazza di caffè. Mi spaventai e mi coprì subito gli occhi con le mani, quella situazione mi metteva in forte imbarazzo così gli chiesi se per favore si metteva qualcosa addosso e scesi dal letto per farmi un the. Ci vestimmo e prenderemo le nostre cose in fretta e mentre lui pagava il conto della camera chiesi nuovamente dove saremmo andati. Questa volta rispose vagamente, ma rispose, dicendo che saremmo andati via dal paese. Ci rimettemmo in viaggio e dopo circa due ore arrivammo a un aeroporto. Nonostante il mio disorientamento quel viaggio non fu spiacevole: Robert aveva delle buone cassette miste e dietro al sedile del passeggero un pacco di sigarette che presi senza farmi notare. All’aeroporto cercai di raccogliere più indizi possibili sulla nostra meta, mi eccitai alla vista del cartello sopra le postazioni dei ceck-in “Parigi”. Saliti a bordo ci sedemmo nei posti in coda dell’aereo perché la prima classe era troppo costosa persino per Robert. Furono le undici ore più lunghe della mia vita, perché, oltre a stare seduti su seggiolini scomodi, Robert sbrigò tutte le sue faccende ed esaminò un sacco di documenti e quindi non parlò con me. Atterrati, cercammo una piccola casa in affitto per le prime settimane. Durante questo periodo fui mandata in un collegio ed ebbi l’occasione di imparare il francese così Robert mi iscrisse in una scuola a qualche isolato dalla nostra casa in affitto. Il nostro era uno strano rapporto dopo qualche tempo iniziò a chiamarmi “piccola Les” e anche se mi suonava strano strano, non mi dava fastidio. La sera di Natale dopo avermi dato il regalo mi portò a letto in braccio mi rincalzò le coperte e mi diede un bacio, ma non sulla guancia. Nei mesi seguenti mi baciò sempre più frequentemente sulle labbra e diventò sempre più strano, a me non piaceva questa situazione, tuttavia non facevo nulla per cambiare le cose. Sopravvivevamo grazie al suo stipendio di insegnante. Dopo due anni che conducevamo una vita quasi normale mi arrivò una lettera di mio padre: aveva finalmente scontato la sua pena e iniziai a pensare di tornare da lui e scappare da Robert. Quindi presi ad accumulare soldi sottraendo lira. Quelli che mi lasciava per la spesa o per la colazione, sperando che non si accorgesse di quello che volevo fare. Passavo giornalmente nelle agenzie di viaggio per chiedere se i biglietti per New York fossero ad un prezzo a me accessibile. Intanto continuavo a racimolare più soldi che potevo cercando di non darlo a vedere. Era il giugno del 1981 quando i soldi furono abbastanza. Nel frattempo ero riuscita a rintracciare mio padre e a mantenermi in contatto con lui grazie alle lettere che mandava a casa di una mia compagna. Avevo la valigia pronta, Robert non era in casa, era il momento giusto per andarsene chiamai un taxi e mi diressi all’aeroporto con il biglietto in mano. Finalmente tutto sarebbe andato come volevo. Ad un tratto nella confusione della sala di attesa scorsi la faccia alienata di Robert che mi si avvicinò nervosamente e trovatosi di fronte a me mi prese in spalla e mi caricò in macchina. Senza opporre resistenza, mi allacciai la cintura e ci dirigeremo a casa. Arrivati mi sdraiò con violenza sul divano e mi si buttò addosso strappandomi la camicetta di cotone rosa, la stessa che avevo indossato per l’ultimo compleanno della mamma; si spogliò e prese la pistola che teneva nel cassetto della sua scrivania “per le evenienze” e me la puntò contro. L’ultima cosa che vidi fu il mio sangue che usciva fuori dal mio corpo inerme; poi trovai mia madre: aveva un sorriso bellissimo, questo è tutto.
Emily restò in silenzio per qualche minuto riflettendo su cosa le aveva appena detto una ragazzina di sedici anni morta trent’anni prima.
Era riuscita ad entrare in contatto con una defunta ed era riuscita a scoprire la verità sul caso irrisolto e sul mistero di Lester Brown, stuprata e uccisa da Robert Rimmer nel giugno del 1981.
In quel momento Emily si sentì una vera chiaroveggente, perché dopo anni di tentativi era riuscita ad entrare in contatto con i defunti. E da quel momento tutte le voci nella sua testa ebbero un senso.




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